Per curare il mal di denti in Transilvania erano soliti legare una paglia di orzo intorno ad una pietra, che viene poi gettata nel corso d’acqua più vicino dicendo:
“Oh dukh ándre m’re dándá, Tu ná báres cingerá! Ná ává kiyá mánge, Mire muy ná hin kere! Tut ñikáná me kámáv, Ač tu mánge pál páčá; Káná e pçus yárpakri Avel tele páñori!”
“O dolore ai miei denti, non mi tormentare così tanto! Non venire a me, la mia bocca non è la tua casa. Io non ti amo affatto, stai alla larga da me; quando questa paglia sarà nel ruscello vai via nell’acqua!”
La paglia era anticamente un simbolo di vuoto, sterilità e morte e viene evidentemente usata in questo caso in tal senso. Un matrimonio finto o senza frutti viene chiamato in Germania con i termini Strohwittwer e Strohwittwe. Fin dall’antichità in Francia lo spezzare una paglia simboleggiava che un patto con qualcuno veniva rescisso perché in esso non vi era nulla. Così nel 922 i Baroni di Carlo il Semplice, nel detronizzarlo, ruppero le paglie che avevano in mano (Charlotte De La Tour, “Symbols of Flowers”).
Eppure le paglie hanno in sé qualcosa. Colei che lascierà delle paglie sul tavolo alla luce della Luna piena accanto ad una finestra aperta, in particolare un sabato notte, e ripeterà:
“Straw, draw, crow craw, by my life I give thee law”
“Paglia, estrai, gozzo di corvo, per la mia vita io ti comando”
allora le paglie diverranno Fate e danzeranno fino a quando un corvo gracchierà e verrà a posarsi sulla soglia della finestra.
tratto da Antichi Incantesimi di C.G.Leland, Elfi Edizioni – www.freewebs.com/boscoelfico

